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Il permafrost si sta degradando ovunque, e anche le Alpi non fanno eccezione

Uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment offre la fotografia più completa mai realizzata sullo stato del permafrost nel mondo. Il lavoro raccoglie e analizza dati raccolti sul campo in 156 stazioni di monitoraggio, tra cui il sito di Cime Bianche a Valtournenche.

Le stazioni sono distribuite tra Artico, Antartide e le principali catene montuose del pianeta — dalle Alpi europee alle Ande, dall'Asia d'alta quota alla Mongolia — con osservazioni che coprono un quarto di secolo, dal 2000 al 2024.

Il parametro osservato è lo spessore dello "strato attivo": la porzione di terreno che ogni anno si scongela in estate e rigela in inverno, sopra il permafrost vero e proprio, che resta invece perennemente ghiacciato.

Quando questo strato si ispessisce nel tempo, è il segnale più diretto che il permafrost sottostante si sta degradando.

I risultati parlano chiaro: lo strato attivo è aumentato in modo significativo nel 55% delle stazioni artiche e nel 38% di quelle antartiche. Nelle montagne europee e nei siti d'alta quota in Asia l'aumento ha interessato oltre il 90% delle stazioni monitorate, e lo stesso vale per i pochi siti osservati sulle Ande sudamericane.

È proprio in ambiente montano che si registrano i cambiamenti più marcati: in alcune stazioni alpine lo strato attivo è arrivato a raddoppiare nel giro di vent'anni, con incrementi fino a 36 centimetri l'anno in Svizzera e tra 9,7 e 20,2 centimetri l'anno nelle Alpi italiane. Un caso limite è quello della stazione svizzera dello Schilthorn, dove nel 2022 lo spessore ha superato i 13 metri, il valore più alto mai registrato in una rete di monitoraggio.

Non tutti i terreni rispondono allo stesso modo: dove il suolo ha uno strato organico spesso (torbe, suoli ricchi di sostanza vegetale) o un elevato contenuto di ghiaccio, il fenomeno procede più lentamente, perché parte del calore in eccesso viene "assorbita" prima di raggiungere il permafrost.

La causa principale individuata dai ricercatori è l'aumento delle giornate estive calde; un ruolo secondario, ma comunque misurabile, è giocato anche dall'aumento delle piogge, che contribuiscono a riscaldare ulteriormente il terreno.

ARPA Valle d'Aosta è tra i co-autori dell'articolo scientifico Long-term monitoring of active layer thickness confirms global permafrost degradation.

Perché la notizia riguarda anche chi vive in Valle d'Aosta e più in generale l'arco alpino?

Un permafrost meno stabile è collegato a un maggior rischio di frane, crolli di roccia e colate detritiche in alta quota, con possibili conseguenze anche per rifugi, impianti e infrastrutture di montagna. Inoltre, il disgelo del permafrost può liberare gas serra rimasti finora intrappolati nel terreno, alimentando a sua volta il riscaldamento globale.

Lo studio conferma insomma che il fenomeno, un tempo associato quasi esclusivamente alle regioni polari, è ormai una realtà diffusa e ben misurabile anche sulle nostre montagne.

Il monitoraggio a Cime Bianche

Tra le stazioni che hanno contribuito allo studio internazionale figura anche il sito di Cime Bianche, in Comune di Valtournenche, a 3.100 metri di quota.

Attivo dal 2006 e gestito da ARPA Valle d'Aosta, il sito fa parte di una rete regionale di monitoraggio del permafrost che comprende anche le pareti rocciose del Cervino, nei pressi della Capanna Carrel, e il ghiacciaio roccioso del Gran Sometta: tre ambienti diversi concentrati in pochi chilometri quadrati, che permettono di confrontare le risposte del permafrost alpino a parità di condizioni climatiche generali.

 Cime Bianche sito monitoraggio permafrost