Il notevole sviluppo dell’industria  dei prodotti contenenti amianto è dovuto a molteplici cause. Le fibre di amianto possiedono una eccezionale resistenza al calore, al fuoco ed agli agenti chimici, sono dotate di bassa conducibilità termica ed elettrica ed i materiali contenenti amianto mostrano una elevata resistenza meccanica (l’amianto ha una buona resistenza alla trazione). Per queste  proprietà, la presenza di numerosi giacimenti ed il loro basso costo,  l’amianto è stato impiegato per l’isolamento elettrico, acustico e termico. Le fibre sono state utilizzate in migliaia di prodotti differenti ed in moltissimi settori, soprattutto in quello edile. In particolare l’amianto veniva impastato col cemento per produrre il cemento-amianto (canne fumarie, tubi, cisterne, lastre piane ed ondulate, fioriere, pannelli di rivestimento, ecc.) o, dal nome del maggior produttore, l’Eternit, una parola che deriva dal latino “aeternus”, che significa eterno. L’Eternit è stato inventato da un imprenditore austriaco, figlio di birrai. Tutto ebbe inizio alla fine del XIX secolo quando Ludwig Hatschek acquista delle macchine da una filatura di amianto inglese, s’installa in un vecchio mulino nei pressi di Vöcklabruck, tra Linz e Salisburgo, ed inizia a produrre tessuti, carta e cartone d’amianto. Un giorno ebbe l’idea di miscelare le fibre col cemento, apportò delle modifiche ai macchinari ed ottenne un materiale nuovo, destinato a cambiare i tetti del mondo. ludwig hatschekBrevettò la sua invenzione col nome di Eternit. L’Eternit era leggero, resistente, incombustibile e indistruttibile. L’Ing. Mazza acquistò il brevetto per l’Italia e fondò a Genova la Società Anonima “Eternit Pietra Artificiale”.

Il primo stabilimento sorse agli inizi del ‘900 a Casale Monferrato, dove c’erano già molti cementifici, al centro del triangolo industriale Genova-Torino-Milano.

eternit di casaleNel 1911, sul bollettino della Società Flora Valdostana, il canonico Vescoz scriveva che l’Eternit poteva rimpiazzare vantaggiosamente le lose per la copertura dei tetti delle case.

Le lastre ondulate erano fabbricate in diversi profili e dimensioni a seconda dell’impiego. Il peso per unità di superficie delle lastre era di circa 14 Kg/m2. Quando erano messe in opera venivano sovrapposte lateralmente o di testa. Il tenore di amianto nell’Eternit generalmente variava dal 10 al 15 % in peso ed il tipo d’amianto presente era il crisotilo, talvolta assieme alla crocidolite e l’amosite. Le lastre avevano una colorazione grigio-chiara  ma ne sono state prodotte anche di colorate.  Sono state fabbricate anche lastre piane e  tegole in cemento-amianto di tipo “marsigliese”,  sagomate sul perimetro in modo da permettere il loro incastro ed evitare le infiltrazioni della pioggia.

Per fabbricare l’Eternit bisognava prima sminuzzare le fibre alla molazza, poi miscelarle col cemento, usando delle impastatrici, infine aggiungere l’acqua. La sospensione diluita, tenuta sotto agitazione, era trasferita in testa alla macchina di Hatschek, entro due o tre vasche, dove si distendeva sopra un cilindro di pescaggio. La superficie del cilindro era costituita da una rete metallica a maglie finissime, attraverso le quali l’acqua sgocciolava al suo interno. In seguito l’impasto era trasferito ad un feltro continuo, e dopo vari passaggi giungeva ad un cilindro raccoglitore sul quale erano sovrapposti più strati, fino ad ottenere lo spessore desiderato.  In questo modo si fabbricavano i tubi. Le lastre si ottenevano, invece, tagliando con una lama lo strato, parallelamente all’asse del cilindro. Il foglio, ancora plastico, era srotolato, prelevato e depositato su uno stampo. Dopo la formatura le lastre erano trasferite al reparto maturazione dove il cemento induriva.

tegole marsigliesiNonostante che l’amianto è stato messo al bando in Italia, con l’entrata in vigore della Legge n°257/1992 (”Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto”), ancora oggi si possono vedere molti tetti di Eternit. La normativa vigente, infatti, non obbliga un proprietario a rimuovere i manufatti contenenti amianto ancora presenti in un edificio, anche se vige l’obbligo della valutazione del rischio, del controllo e della manutenzione periodica.  A tale riguardo il Decreto Ministeriale 6 Settembre 1994 asserisce che “la presenza di manufatti contenenti amianto in un edificio non comporta di per sé un pericolo per la salute degli occupanti”. Se il manufatto è di tipo compatto (come l’Eternit), ed è in buone condizioni, è estremamente improbabile che vengano rilasciate delle fibre nell’aria; viceversa se è in cattivo stato può esserci un rischio potenziale per la salute umana. Per materiale compatto s’intende un materiale duro che può essere ridotto in polvere solo con l’impiego di attrezzi meccanici quali dischi abrasivi, frese, trapani, ecc. Per materiale friabile, viceversa, s’intende un materiale che può essere facilmente polverizzato con la semplice pressione manuale. I manufatti friabili sono, dunque, più pericolosi di quelli non friabili.

Nondimeno,  a distanza di molti anni dall’entrata in vigore della legge n°257/1992 le coperture di Eternit sono vetuste e la loro presenza rappresenta un problema di carattere generale, dovuto non tanto alla presenza di un singolo tetto in un determinato luogo (con le dovute eccezioni nel caso di tetti molto degradati) ma alla loro grande diffusione sul territorio. Le fibre che si disperdono nell’aria possono, infatti, essere trasportate anche a notevole distanza dalla sorgente. L’Allegato 5 al D.M. 6/9/1994 riporta un’apposita scheda per l’accertamento della presenza di materiali contenenti amianto negli edifici che dovrebbe essere compilata da un professionista, dopo un accurata ispezione,  e con una certa esperienza in materia.

Una copertura in cemento-amianto non è eterna ma si può degradare secondo diversi meccanismi, ed in tempi più o meno lunghi. Le principali forme di degrado sono dovute:

  • ad un uso improprio e alle sollecitazioni meccaniche;
  • a variazioni dimensionali legate a sbalzi termici che provocano fessurazioni e fratturazioni, come quelle dovute ai cicli di gelo e disgelo dell’acqua presente all’interno del manufatto poroso;
  • all’azione delle piogge, che può esplicarsi in una dissoluzione, o in un dilavamento, dei componenti della matrice cementizia;
  • all’inquinamento dell’aria, ed in particolare alle piogge acide dovute alle emissioni degli impianti di riscaldamento e dei veicoli a motore, che corrodono il manufatto.

L’amianto che si distacca è presente sia in “fibre libere” che in “particelle miste”, nelle quali le fibre sono ancora parzialmente inglobate nel cemento.

L’amianto finisce, generalmente, nei canali di gronda in quanto gran parte dei distacchi avviene nel corso delle precipitazioni atmosferiche, a causa dell’azione meccanica delle gocce di pioggia. Ciò si può verificare facilmente nel corso di ispezioni sui tetti di Eternit constatando la presenza di depositi di materiale contenente amianto nelle gronde, sia di “stalattiti filamentose” in corrispondenza dei punti di gocciolamento delle lastre ondulate.

stalattiti

Questa frazione di amianto distaccatosi dal manufatto ha, comunque, una bassa probabilità di finire sotto forma di fibre disperse nell’aria in quanto:

  • una parte dei fasci di fibre contiene ancora particelle di cemento che tengono unite tra loro le fibre;
  • le particelle miste formatesi sono di dimensioni e peso tali che non sono in grado di disperdersi nell’aria;
  • la presenza di altre fibre nell’aria (per la maggior parte di origine organica), come di particelle non fibrose (la superficie rugosa dei tetti raccoglie con facilità la polvere in sospensione nell’aria), dà origine a depositi difficilmente aerodisperdibili.

Dunque anche se il rilascio di amianto da un tetto può essere relativamente elevato solo una minima parte di fibre si disperde, diluendosi in enormi volumi di aria, in funzione dell’andamento locale dei venti. Non bisogna, però, dimenticarsi delle fibre che si accumulano nei canali di gronda in quanto diventano inevitabilmente una sorgente secondaria di fibre nell’aria. Il meccanismo di distacco sopra descritto spiega per quale motivo in prossimità dei tetti di Eternit le concentrazioni di fibre  sono generalmente basse. Dai numerosi monitoraggi dell’aria eseguiti da questa Agenzia, anche a breve distanza dalle coperture di cemento-amianto, non sono mai state riscontrate concentrazioni elevate di fibre aerodisperse. In ogni caso le concentrazioni rilevate devono essere sempre correlate al cosiddetto “fondo ambientale” del luogo, che può variare notevolmente, a seconda che ci troviamo in un’area urbana, rurale o montana. A causa della grande diffusione sul territorio di questa tipologia di copertura è necessario stabilire un ordine di priorità degli interventi manutentivi o di bonifica. Generalmente i problemi che derivano dal degrado delle coperture in cemento-amianto sono di due tipi:

  • la copertura non assolvere più alle funzioni di protezione dell’edificio dagli agenti atmosferici (indipendentemente dalla presenza o meno dell’amianto);
  • le fibre di amianto affiorano alla superficie del manufatto e possono distaccarsi disperdendosi nell’aria (problema specifico delle coperture in cemento-amianto).

Nel caso dei tetti in cemento-amianto le due problematiche sono strettamente connesse. Ad esempio le infiltrazioni di acqua sono in grado asportare meccanicamente le fibre che possono essere disperse anche in zone lontane dal tetto. copertura fatiscente

lastre rotte

Per determinare lo stato di conservazione dei tetti, e la possibilità di aerodispersione delle fibre, esistono degli indicatori (alcuni dei quali riportati nel D.M. 6/9/1994), valutabili con un semplice esame visivo, come: la corrosione superficiale,  l’affioramento di fibre, la presenza di sfaldamenti, crepe e rotture, la friabilità del manufatto, le stalattiti filamentose nei punti di gocciolamento, il materiale polverulento nelle grondaie, le infiltrazioni d’acqua nel sottotetto, le condizioni della struttura di appoggio ed ancoraggio delle lastre, ecc.

struttura ancoraggioPer stimare la possibilità di dispersione delle fibre di amianto nell’aria,  e stabilire un ordine di priorità di bonifica, sono stati proposti numerosi algoritmi di calcolo. Questi algoritmi hanno lo scopo di trasformare un esame di tipo qualitativo e soggettivo, che può essere realizzato quale primo approccio al problema, in un giudizio quantitativo e oggettivo. In generale questi metodi prendono in esame vari indicatori da controllare uno per uno, attribuendo loro un punteggio sulla base della possibile casistica (diversa per ogni indicatore). Tutti i metodi giungono, infine, ad una valutazione “numerica” del manufatto mediante un semplice algoritmo in cui i valori dei vari indicatori sono combinati fra di loro in differenti maniere. Il valore numerico  finale che si ottiene caratterizza il manufatto in oggetto e consente di prendere una decisione, vale a dire, scegliere di non intervenire, oppure di bonificarlo. Questi metodi sono semplici e rapidi da applicare.  Tuttavia, l’utilizzo degli algoritmi richiede un’accurata ispezione delle coperture che solo in alcuni casi è possibile effettuare in condizioni di sicurezza e senza l’ausilio di una piattaforma aerea. Per  la valutazione del rischio, occorrerebbe effettuare la misura diretta della concentrazione di fibre di amianto nell’ambiente. Tale misura può essere eseguita solo da personale specializzato, utilizzando pompe di aspirazione dell’aria, teste di prelievo e adeguati filtri.  In alcuni casi è stata trovata una buona correlazione tra la concentrazione di fibre nell’aria e gli indici numeri di valutazione dei manufatti; i due criteri potrebbero, pertanto, risultare equivalenti.  Si ha, comunque, una marcata influenza delle condizioni atmosferiche (pioggia, intensità e direzione del vento, umidità dell’aria) sulle concentrazioni di fibre aerodisperse determinate sperimentalmente.  I risultati ottenuti rappresentano, pertanto, una “fotografia” relativa al momento dei prelievi stessi. Inoltre, nel caso di prelievi di aria eseguiti all’esterno di un edificio col tetto di Eternit, si possono raccogliere sul filtro anche particelle e fibre presenti nell’aria che potrebbero non provenire dalla copertura indagata.